lunedì 15 aprile 2019

Il matrimonio di mia sorella, Cinzia Pennati

Ho letto "Il matrimonio di mia sorella" della mia conterranea Cinzia Pennati circa un anno fa quando la mia separazione era più fresca e legalmente ancora in ballo tra accordi e avvocati. Ma soprattutto nel momento in cui le cose cominciavano a dipanarsi dopo il periodo più burrascoso e confuso della separazione di fatto e di tutto quello che ne era seguito.
Credo di essere arrivata a Cinzia prima attraverso il suo blog Penny, in cui continuavo a ritrovare pezzi di me e della mia storia. Il solo fatto che se ne parlasse mi sembrava un faro nel buio, non si parla molto di separazione e di figli. E continuare a ritrovarmi nelle sue parole era fortemente di conforto per me. Mi sentivo autorizzata e riconosciuta nelle emozioni che provavo, non mi sentivo più sbagliata e costantemente sotto giudizio agli occhi di quelli che lei nel libro chiama i "qualunque", quelli che nulla sanno di te ma orbitano intorno al tuo mondo pretendendo di sapere cosa sia giusto o sbagliato per te.
Dal blog ho conosciuto il libro e sono corsa a comprarlo, Cinzia ormai era quasi una guru per me.
"Il matrimonio di mia sorella" non parla di separazione, almeno non in modo diretto, certo non è quello il focus. Parla di Agnese, una donna, madre, figlia, moglie, imperfetta e per questo così realistica. Ho ritrovato molto di me in Agnese. La maggiore delle due figlie, la primogenita, quella che non riserva sorprese, che nella vita segue un binario che forse rispecchia più quello che gli altri, la famiglia in primis, si aspetta da lei. O quello che lei sente che si aspetta da lei. Infatti credo che per un 50% siamo noi a costruirci nella testa l'idea degli altri su di noi e di ciò che si aspettano da noi. Agnese è mamma e moglie, e questi aspetti della sua vita vengono prima di tutto, ha messo da parte l'Agnese donna, l'ha relegata in secondo piano dopo le esigenze di tutti gli altri, pur amando alla follia le proprie figlie. Ma i nodi vengono al pettine. Se non sei felice, se ti accontenti, se la tua vita è lo specchio di quello che gli altri si aspettano da te (o tu credi si aspettino da te) finisci per non riconoscerti più in quella che sei. La tua vita scorre su quel binario e senti che tu resti indietro e gradualmente ne inizi a percorrere un altro, diverso. Non sei tu veramente, non ti riconosci più, quella non è la vita che senti dovrebbe calzarti come un guanto. Si fa spazio in te il bisogno di riprenderti in mano, di essere felice, di amarti e di essere amata.
"Non piegatevi ai compromessi. Se lo fate una volta rischiate di farlo per sempre, come un'abitudine. Cercate ciò che vi rende felice, fatelo fino in fondo, non accontentatevi di una vita tiepida."
Questa è la nuova Agnese, che nel giorno -lunghissimo, interminabile- del matrimonio della sorella Celeste (la secondogenita, quella più ribelle, quella con maggiori libertà, bellissima sognatrice a cui tutto è concesso) compie un viaggio introspettivo che la porta a mettere in discussione la sua vita e il suo essere madre, moglie e figlia prima ancora di essere donna. 
Questo viaggio è reso possibile dalla costellazione di donne che ruotano attorno a lei, tutte diverse tra loro ma legate e ognuna a suo modo indispensabile a questo viaggio. La sorella Celeste, così opposta rispetto a lei, che rivela tutta la sua fragilità di donna e che rischia di mandare a monte le proprie nozze nel giorno del matrimonio. La madre Ines, specchio di quel tipo di madre genovese "vittima" di un'educazione piuttosto rigida, molto cattolica, a propria volta rigida, che controlla e dirige, scarsa dispensatrice di gesti affettuosi. Ines si preoccupa di quello che avrebbero pensato gli altri di fronte ad un matrimonio andato a monte. Ma stupisce alla fine con parole molto sagge che ben si inseriscono nel cambiamento in atto in Agnese, forse ancora più d'effetto perchè dette proprio da lei:
"Avere paura non è mancanza di coraggio, tutt'altro. Ha coraggio chi la sa affrontare, la sua paura. La vita, quella vera, è nelle intercapedini, e nelle esitazioni."
 Importante per comprendere Ines e soprattutto Agnese, è la figura della nonna Norma, rigida e ostile, molto critica nei confronti della figlia (Ines), con la quale da sempre è in conflitto e in contrapposizione. Nel corso del racconto si arriva a comprendere l'origine del conflitto e in qualche modo a perdonarla oltre che comprenderla, vedendola finalmente nella sua fragilità così ben mascherata dal suo carattere brusco.
L'antagonista, se così si può dire, di nonna Norma è zia Rosa, sua sorella. Un personaggio-chiave per Agnese e per tutte le donne protagoniste di questa costellazione, colei che fa da collante e le lega tutte insieme. Rosa è affabile, materna, accogliente, le può contenere tutte. Anche Rosa nasconde un doloroso segreto nel suo passato, ma ne ha fatto un punto di forza, non ha mai perso il suo ottimismo e il carattere solare, la capacità di ascolto e la saggezza leggera, mai imposta e per questo così gradita e ricercata da tutte.
Completa la costellazione femminile la cugina Fiamma, che rifugge l'amore, quello stabile, profondo, quello che porta ad impegnarsi e fare progetti, per paura della delusione. Fiamma custodisce a propria volta un segreto che metterà in discussione il suo fuggire una volta per tutte.
Ovviamente grandi protagonisti anche se non in maniera diretta nelle vicende della storia sono gli uomini. Agnese ha Luca ("Non ho più voglia di fare le cose con lui. E non trovo parole utili al mio cuore pieno di disamore. Non trovo il romanticismo, la passione, l'affetto. Le cose per cui si vive") e in gran parte il suo mettersi in discussione ruota attorno al loro rapporto. Celeste ha Roberto, il suo futuro sposo, ma fatica a lasciare andare un vecchio amore, sua ferita del passato. Fiamma sfugge il vero amore, ma questa volta sarà il vero amore a riacchiapparla e non farla scappare più. Zia Rosa, beh, non svelo nulla, ma ha parecchio da insegnare a tutte quante...Più marginali ma presenti sono il nonno e il papà Giò, grande sopportatore di Ines, dei suoi sbalzi e dei suoi conflitti con la figlia, che lavora dietro le quinte con la sua presenza rassicurante per aggiustare quei conflitti e fare in modo che prevalga l'amore familiare che tutto rende superabile.
La storia si dipana nell'arco di in una giornata, quella del matrimonio di Celeste, appunto, arricchita da numerosi flashback sulle vicende passate dei protagonisti, indispensabili per comprenderne gli equilibri e i vissuti che li hanno portati ad essere quello che sono oggi. Le vicende scorrono velocemente, raccontate anche con humor e arricchite di particolari della normale vita familiare di tutti i giorni in cui qualsiasi lettrice può riconoscersi.
Sempre bello per una lettrice genovese come me trovare particolari su vie e locali della mia città, si riesce ad entrare ancora di più nella storia e a viverla come in un film (che spero verrà girato presto, Cinzia che ne dici?).
Ho riletto "Il matrimonio di mia sorella" in questi giorni, gli ultimi che accompagnano la nascita del mio piccolino, il simbolo vivente del cambiamento, del riprendere la propria vita in mano per cercare ciò che ci rende felici. Credo profondamente che se siamo felici noi lo saranno anche i nostri figli, quindi grazie Cinzia per averlo detto, per averci autorizzate in tante a pensarlo e a crederci!

martedì 12 marzo 2019

Figli condivisi. La parte più difficile.

I Figli. La parte più dura da affrontare, quella che maggiormente ti frena, quella che ti fa vacillare, prendere tempo, quella per cui tieni duro sperando che le cose migliorino, quella per cui decidi di farti andare bene situazioni e sentimenti che invece non vanno bene ma tu fai finta di nulla e cerchi di convincerti che vadano bene.
Poi una vocina ti dice "cresceranno e vi troverete tu e lui soli", un'altra bisbiglia "sei ancora giovane, davvero non pensi di meritarti di esser più felice di così?". E vacilli ancora. Perchè sai che le vocine hanno ragione. Poi guardi i tuoi figli e il tuo pensiero si sdoppia, da una parte pensi che non vuoi farli soffrire, dall'altra che non sei pronta per condividerli...per viverli a metà. E vacilli di nuovo. Non vuoi essere egoista, mettere la tua felicità davanti a loro. Ma anche restare per non doverseli dividere è una forma di egoismo. Poi capita l'ennesimo sbotto di fronte ad un loro litigio, l'ennesima voce alzata di fronte al normale capriccio di un ottenne, la risposta data ormai come sempre frettolosamente, svogliatamente, il "lasciatemi stare", l'ennesimo "devo fare tutto io" e "non posso pensarci sempre io", l'ennesimo "bastaaaaa" urlato come una svalvolata...davvero vuoi essere questo per loro? Sul serio avresti voluto una madre così per i tuoi figli?

Sei sempre nervosa, urli, sbotti, troppo spesso e facilmente, ti sembra di scoppiare, che sia tutto sulle tue spalle, qualsiasi cosa ti fa dare in escandescenze, hai i nervi a fior di pelle, il momento dei compiti è insopportabile, non vedi l'ora che vadano a scuola ma poi non vedi l'ora che tornino perchè non hai voglia di trovarti sola con lui. Non sei felice. Peggio, sei proprio infelice. E frustrata. E ti trovi a sfogare questa infelicità su di loro! Tu, che non vuoi separarti per non rendere infelici loro...ma loro, così, sono felici?

Vacilli ancora. Ma rifletti su tutte le volte che vi vedono discutere, magari non davanti a loro ma non sono sciocchi. Percepiscono i toni di voce, le occhiate. Non capiscono perchè siete chiusi in camera e sentono discutere, perchè non possono entrare, perchè dite loro "lasciateci stiamo parlando". Vi vedono quando non vi parlate e non vi guardate a tavola, sentono il tono di certe risposte.

Si accorgono quando non vi sorridete più. Percepiscono la freddezza del rapporto, non vedono più scambi di affetto, baci, abbracci. O magari non se ne accorgono coscientemente, ma il loro modello di amore di coppia è quello di due conviventi che si parlano ma non si toccano, che si raccontano la propria giornata (ma a volte nemmeno quello), che si coordinano sulla bolletta da pagare, la benzina da mettere nell'auto e chi porta il più grande a giocare a pallone. Il tutto condito da discussioni e freddezza. Davvero è questo che vuoi per loro? 
Vacilli, ma inizi concretamente a considerare di cambiare le cose, di fermare la giostra. Ti accorgi di essere in tempo per cambiare rotta e che forse non è il male peggiore per loro, anzi. Certo ne soffriranno come pensare che non sia così. Certo sarà una bomba per loro. Ma andare avanti così non è più possibile. Avranno comunque due genitori che continueranno ad amarli follemente, separatamente ma follemente. E magari due genitori che col tempo saranno più felici, ed amati, e realizzati, e meno frustrati, meno arrabbiati, meno nervosi. Un cambiamento doloroso ma necessario.

 Come doloroso è viverli a metà. Quando ci siamo separati loro padre mi ha chiesto di alternare metà settimana per uno ed un weekend a testa con loro. Ho voluto anch'io che fosse così, perchè i ragazzi non meritavano davvero di vedere il papà col contagocce, un papà che amano molto e con cui hanno sempre avuto un buon rapporto, non meritavano di viverselo sporadicamente solo una sera infrasettimanale e a weekend alternati come avviene così spesso nelle famiglie che si separano (talvolta per necessità lavorative o geografiche, altre per mera decisione di un giudice). Volevo che il loro rapporto fosse più continuativo.
E' stato molto doloroso rinunciare a loro per metà settimana, lo è tutt'ora ma col tempo ci si abitua un pochino e si impara a puntare sulla qualità piuttosto che sulla quantità. Quanti pianti disperati quando li portavo a casa del papà e tornavo a casa mia dove mi aspettavano un silenzio e un vuoto innaturali (rotti per mia fortuna dalla mia cagnolina Nuvola, fedele e costante compagna della mia vita, sempre con me fin dall'inizio). La maliconia certe sere era lacerante. Non sapere nulla della loro quotidianità era tremendo. Erano felici? Arrabbiati per qualcosa? Ridevano? A scuola cosa avevano fatto? Erano stanchi, nervosi? Il nulla per tre giorni, poi riabbracciarli finalmente e accorgersi che sono semplicemente loro! Felici di vedermi, baci e abbracci, sereni nonostante tutto. E' sorprendente la naturalezza con cui ogni volta si riprende dal punto in cui ci si era salutati e il loro amore nei miei confronti, forte, tenace, immutato. Loro sono la mia forza, loro mi guardano, io guardo loro e penso che tutto sommato si può ripartire, che si può ricostruire, superare dubbi e paure.

Ci raccontiamo i giorni passati, aneddoti, cose di scuola e di lavoro. Nulla è cambiato tra di noi,

Loro non rinuncerebbero per niente al mondo a quella metà settimana con me o col papà, anche se li costringe a vivere in due case. Si sono abituati, in entrambe hanno tutto, hanno instaurato una routine, credo sia davvero possibile, si tratta di organizzarsi e coordinarsi. Il resto è amore.
Io ora con loro sono diversa. Mi piaccio molto di più come loro madre. Non sono più nervosa, raramente mi capita di alzare la voce, la mia pazienza si è magicamente quintuplicata, mi piace il tempo che trascorro con loro, le cose che facciamo insieme, persino fare i compiti! Credo che loro sentano tutto questo, perchè anche loro sono meno nervosi ed arrabbiati. Lo sono come nella normalità dei ragazzini della loro età.

Ho imparato che non si resta insieme per i figli. E che loro ci vogliono felici. Un genitore felice è un genitore migliore. Un genitore che si ama è una persona che può dare molto più amore.

lunedì 11 marzo 2019

Amici che vanno. Ovvero la cartina al tornasole.

Questa cosa non te la dice nessuno. E nemmeno la immagini.

Quando ti separi, se sei tu ad allontanarti almeno, ma a quanto ho sentito da diverse persone anche se vieni lasciato, ti si crea il vuoto intorno. Una vera e propria cartina al tornasole!
 Sarà la paura di confrontarsi con qualcosa che può toccare chiunque di noi? La paura di una realtà di quelle che dici "a me non succede?" Paura che sia contagioso? Paura di non saper cosa dire, cosa fare?
Certo c'è chi si schiera con l'uno o con l'altro quindi sparisce solo per uno e chi sparisce per tutti pur di non prender posizione. Poi c'è chi sparisce se non può importi il proprio pensiero . Chi sparisce perchè non è d'accordo con te e non avrebbe agito così. Infine c'è chi sparisce perchè sei tu ad allontanarlo, ma sparisce e non tenta di restare. Di fatto spariscono quasi tutti.

E proprio nel momento in cui non vorresti trovarti solo, ti ritrovi solo. Quella solitudine in cui desidereresti accanto qualcuno che capisca il tuo dolore (ebbene sì, anche chi lascia soffre, udite udite!), e che ti ascolti (ascolto vero, non quello a cui segue il solito carosello di "avresti dovuto/non avresti dovuto" "potevi fare/potevi non fare" "secondo me hai sbagliato"...). Invece eccoti lì a fare i conti con persone che reputavi amici e che proprio nel momento del bisogno si rivelano per quello che sono realmente, la famosa cartina al tornasole!
Se per un certo periodo di tempo questa consapevolezza porta sofferenza, e molta poichè aggiunge dolore al dolore (e delusione, e vuoto, e malinconia...), col tempo si trasforma in forza. Deve trasformarsi in forza!

Può un amico definirsi tale se per un motivo o per l'altro è sparito? Evidentemente non lo era nemmeno prima, per lo meno nella vera accezione del termine. Un amico resta, anche se non è d'accordo con te. Non tenta di importi la sua verità, di prevaricarti per importi le sue idee. Un vero amico ti offre anzitutto la sua spalla e il suo ascolto. Quindi cerca anche di farti vedere le cose sotto diverse prospettive, può dirti scomode verità, deve dirtele! Ma una volta dette non te le impone e certo non si allontana se tu resti della tua posizione e non cambi idea. Resta al tuo fianco comunque. Questa dev'essere la forza. Chi resta! Pochi, ma buoni. Ma almeno saprai che sono veri, e non c'è dono più grande.
Superate la rabbia, la delusione e lo sconforto, sappiate farvi forza di chi c'era ed è rimasto. Sempre e comunque.